Orari  di Apertura:

Dal 1 Ottobre al 31 Marzo 10:30 - 13 / 15:00 - 17:30

Dal ! Aprile al 30 Settembre 10:30 - 13:00 / 15:00 - 18:00

Chiuso il Lunedì

Logo del Museo del Duomo

 

 

Indirizzo: Piazza Gabriotti 3/a 

Città di Castello 06012 (PG) - Italy

Prenotazioni / fax 075-8554705

www.museoduomocdc 

museoduomo@lineanet.net

 

La prima sede del Museo del Duomo di Città di Castello era costituita da soli due locali (circa  60 mq), ai quali si accedeva dalla sacrestia della Basilica Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio: in uno di essi erano esposti paramenti nell'altro erano riuniti argenterie e dipinti.

Il 23 marzo del 1991 è stata inaugurata una nuova sede ampliata e rinnovata, composta di sette locali (circa mq. 430), distribuiti su due piani di cui alcuni di essi facevano parte delle vecchie sacrestie del Duomo del Seicento e Settecento ed altri del Trecento e Quattrocento; locali  sottoposti ad una laboriosa opera di restauro, che li ha riportati alla loro originaria fisionomia.

L'ultimo ampliamento della struttura risale al 18 marzo 2000: la sede oggi risulta  tra le più estese su scala nazionale adibite a musei d'arte sacra (circa 800 mq ).

Paliotto, Arte Romanica (Sec XII), particolare

SALA DOCUMENTARIA

Vi sono esposte alcune carte della Diocesi di Città di Castello e  progetti relativi alla Basilica Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio dei secc. XVII-XVIII.

 

 

SALA I

La sala I contiene il Tesoro di Canoscio una collezione di 25 oggetti usati per la liturgia eucaristica, esemplari di arte paleocristiana del sec. VI, rinvenuti presso il Santuario di Canoscio a Città di Castello, nella primavera del 1935, durante i lavori di aratura.

La scoperta archeologica è una delle più importanti degli ultimi due secoli. Sono stati trovati a mucchio, protetti da un grande piatto, ridotto in frantumi dal colpo del vomere, i seguenti oggetti: sei piatti, due patene     di ogni segno religioso e la presenza di alcuni utensili non previsti dalla liturgia, come il ramaiolo ed il colatoio piccolo, ed infine il numero elevato di cucchiai dalla incerta funzione liturgica. Ne potrebbero essere donatori Aelianus et Felicitas, i cui nomi sono incisi nella bella patena. La Santa Messa, alla cui celebrazione, sono destinati questi oggetti, è la ripetizione dell'ultima cena, fatta da Gesù con gli Apostoli. Agli inizi del Cristianesimo gli oggetti usati per la Santa Messa non si distinguevano da quelli di uso domestico. Oggetti, specialmente se preziosi, avrebbero esposto di più i cristiani alle persecuzioni. Dal IV al VII secolo, nel clima della "pace costantiniana", si pervenne ad una definizione del rito eucaristico, vincolante  tutte le comunità ed alla creazione di oggetti esclusivamente liturgici, rispondenti alle esigenze di funzionalità, ma fatti di metalli preziosi ed artisticamente molto elaborati.  

Dei sei piatti quello che copriva gli altri pezzi sotterrati e che fu ridotto in frantumi dal vomere, è stato ricomposto nel 1990. Nel frammento centrale si legge la seguente iscrizione latina: "De donis Dei et Sancti Pinturicchio "Madonna col bambino e San Giovannino"Martyris Agapiti Utere Felix".

Di particolare interesse è il piatto più grande, trovato integro di forma circolare, con il bordo riportato, ottenuto da fusione, e decorato da una treccia continua, sbalzata e cesellata entro due modanature. Al centro è incisa con ferro da cesello la croce bizantina, su di un rialzo, dal quale sgorgano quattro fiumi. Ai lati di essa vi sono: in alto la destra di Dio e la colomba, simbolo dello Spirito Santo, ed in basso sotto la croce, due agnelli, posti uno di fronte all'altro. Dal braccio orizzontale della croce pendono le due lettere dell'alfabeto greco Alpha (= principio) e Omega (= fine).

Degli altri: uno presenta l'iconografia del più grande, appena descritta, due hanno al centro la croce finemente cesellata, contornata da un sobrio ornamento floreale, ed uno, infine, privo di ogni segno religioso, è ornato al centro da una corona di foglie.

Delle due patene, la più elaborata presenta forma circolare, ottenuta da lamina tornita, con bordo rovesciato. Al centro una decorazione niellata, parzialmente perduta, disegna una piccola croce racchiusa in un serto fogliato e da un cerchio più grande, come cornice in cui sono incisi i nomi: Aelianus et Felicitas , scanditi dalle croci. Una elegante decorazione con motivo strigilato  ed ondulato si espande fino al bordo. La  tesa è composta da gocce sbalzate e cesellate, che alternano la parte a punta all'altra estremità tonda. L'altra patena presenta una croce sbalzata al centro. I tre calici sono di varia misura. Più propriamente sono coppe, avendo forma emisferica con orlo sporgente all'esterno, con un piccolo supporto circolare. Non presentano segni iconografici religiosi.

La pisside con coperchio è stata, a torto, considerata calice. Essa ha infatti forma diversa da quelle dei calici appena ricordati. La sua coppa, in parte rovinata, non ha orlo sporgente, ma si restringe nella parte terminale, il cui orlo è scavato in modo da farvi combaciare il coperchio. Il coperchio è stato spesso considerato una patena. Ma sembra certa la sua funzione di coprire la pisside, alla quale aderisce perfettamente. Né la pisside né il coperchio hanno segni religiosi. Dei due colatoi, il più grande di lamina a forma ovoidale, tirata a martello, reca inciso il monogramma di Cristo con le lettere greche Alpha e Omega. Lungo i profili di contorno alle lettere ricorrono piccoli cerchi traforati, che uniscono alla Interno del Museo del Duomo Sala VIIfunzione di colatoio un motivo ornamentale. Una modanatura accentua la forma e s'allunga nel manico a "collo di cigno" che termina con elegantissima testa. L'anello è fuso liscio; la testa del cigno è fusa e decorata da sottili ceselli. Il colatoio piccolo, dalla forma di minuscolo ramaiolo ha la coppa i cui fori disegnano un fiore. Il raccordo è lavorato finemente. Il manico, terminante con anello liscio, è tornito nella parte centrale e scannellato alle due estremità.

I nove cucchiai hanno la forma di quelli di uso domestico, per lo più con il manico liscio, tutti, eccettuati tre, di cui uno non è integro, portano inciso sul raccordo a dado l'iscrizione monogrammatica P(ie) TAS. Particolarmente elegante è il cucchiaio, il cui uso era forse riservato al sacerdote celebrante. Nell'interno reca inciso un pesce, all'esterno presenta i lineamenti di una foglia ed ha sul raccordo una testa leonina. Il manico tornito è snodabile. Il ramaiolo è di lamina controstampata. Il manico è a colonnetta, con motivi a rocchetto tornito, è unito alla coppa con un raccordo quadrato ed appendici ondulate. Al centro del quadrato è incisa l'iscrizione P(ie)TAS entro una corona di foglie, da cui si liberano due racemi fogliati.

 

SALA II

La sala II accoglie il Riccio di Pastorale opera del sec. XIV, in argento, sbalzato, cesellato, bulinato e parzialmente dorato. E' costituito da un bastone ottagonale ornato da file sovrapposte di finestre bifore, terminante con un nodo a forma di edicola Riccio Pastorale, Arte senese (Sec XIV) radiocentrica i cui lati, coperti da frontoncini, sono aperti da archi a ogiva centinati dove si affacciano una serie di santi smaltati a traslucido. Segue un secondo ordine di finestrelle, simili a quelle del bastone, da cui si innalza il riccio. La voluta ha sezione quadrangolare e profili addolciti da una fila di fiori, sulle due facce è ornata da placchette smaltate contenenti figure di santi ed in alto animali fantastici ed uccelli. Lateralmente vi sono applicate una serie di foglie sbalzate. Il riccio è sostenuto, in basso da un angelo ritto su una mensola lungo la parte inferiore della voluta. All'interno di essa un piedistallo orizzontale regge le statuine della Vergine col Bambino e del Vescovo inginocchiato davanti a loro. L'opera è attribuita a Goro di Gregorio, orafo senese e datato circa il 1324. L a critica più recente infatti tende a retrodatarlo all'inizio del trecento in base ad una analogia riscontrata tra le statuine del pastorale e le opere di Goro di Gregorio, scultore in marmo, attivo negli anni 1330, caratterizzato da quell' estremismo gotico, che lo apparenta, unico tra gli scultori, all'oreficeria senese: analogia che potrebbe far pensare ad un'attività almeno indiretta di Goro, nell'Oreficeria. Nella stessa sala troviamo il Paliotto in argento sbalzato, parzialmente dorato risale al secolo XII. Secondo La tradizione, fu donato da Papa Celestino II, di famiglia castellana durante il suo breve pontificato (1143-44), nel 1142 per abbellire la parte anteriore dell’altare del Duomo. Domina al centro un Cristo benedicente, assiso   su un trono, che tiene con la sinistra il libro delle vita, contornato dalla raffigurazione del sole, della luna e di due stelle. Ai lati suddivisi in scomparti, sono rappresentati in ordine cronologico i principali eventi della Storia della salvezza: l'Annunciazione, la Visitazione, la Natività, l'Adorazione dei Magi, la Fuga dall'Egitto, l'Arresto di Gesù al Getsemani, la Crocifissione e tre Santi, tradizionalmente identificati in Florido, Amanzio e Donnino. Sopra e sotto la figura del Cristo benedicente sono raffigurati i simboli dei quattro evangelisti: i quattro animali alati, la cui funzione di simbolo si ispira all'inizio di ciascun Vangelo: l'uomo per San Matteo, il leone per San Marco, il Paliotto, Arte Romanica (Sec XII), particolaretoro per San Luca, e l'aquila per San Giovanni. Questo paliotto è opera probabilmente di più maestranze, con evidenti influssi bizantini ma superati da un sentito plasticismo. Per certa libertà d'impostazione e per l'espressionistica narrativa s'inserisce nel vivo della cultura romanica.

Risulta evidente il legame con la contemporanea scultura in pietra: le figure infatti emergono con forza dal fondo della lamina, caratteristica che viene accentuata dalla doratura applicata sulle parti a rilievo. E' inoltre tipicamente romanico il modo di trattare i panneggi con un'attenzione rivolta all'effetto decorativo più che realistico.

Romaniche sono inoltre  la differenza di scala (che va in rapporto ad una visione gerarchica della narrazione degli avvenimenti) e la presenza ripetuta di un personaggio in una stessa scena. I primi studiosi che si interessarono al paliotto lo riferirono genericamente ad un artista  di cultura bizantina, solo in seguito uno dei maggiori studiosi dell'arte medievale, Pietra Toesca, diede una collocazione stilistica più adeguata. Secondo Toesca l'Adorazione dei Magi e il Cristo benedicente mostrano un linguaggio affine alla scultura lombarda mentre meno innovative sono le scene della Natività e della Crocifissione che imitano in tono minore i modelli bizantini.    

SALA III

Nella sala III sono collocate dieci vetrine all'interno delle quali sono conservati, in ordine cronologico (dal secolo VIII al XIX) preziosi oggetti di oreficeria: croci astili, turiboli, navicelle, calici, pissidi,  ecc. che consento la ricostruzione di un ideale percorso attraverso la storia della liturgia cristiana dal VIII al XIX secolo. Nella stessa sala sono custodite la Madonna con Bambino (Madonna di Uselle) opera di arte lignea umbra del sec. XIV e un'ara romana con bassorilievo e figurazione simbolica paleocristiana. 

 

SALA IV

Accoglie importanti affreschi staccati tra i quali:  

La Madonna con Bambino e San Biagio affreschi staccati di autore ignoto datati 1488. I due affreschi,  sono stati recentemente staccati da una nicchia rettangolare posta all'interno della Chiesa di San Biagio a Colle presso Niccone al centro vi era la Madonna e su una fiancata San Biagio (affresco di San Sebastiano dell'altra fiancata è stato sottratto). La chiesa, è stata chiusa al culto sul finire degli anni 1960, quando la frazione montana si è completamente spopolata.

La Madonna con Bambino in Trono affresco della prima metà del sec. XV, attribuito al Maestro della Crocifissione Volpi. L'affresco posto all'esterno della casa Cenci a Piccione (Perugia) fu staccato e restaurato dalla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Perugia nel 1945. I proprietari, Dott. Enzo Cenci e Dott. Paolo Cenci l'hanno depositato al Museo per l'esposizione.

 

SALA V

Ospita tra le altre cose reliquiari in legno dorato intagliato sec. XVIII e due vetrine in una delle quali è esposto un Completo da Pontificale del Card. Bufalini composto da  un camice plissato, pianeta laminato bianco con ricami oro, piviale, stola, manipolo, calighe, gambaletti,  chiroteche, spilla del sec. XVIII.

 

SALA VI

Delle opere custodite  in questa sala si segnalano:

Annunciazione di Francesco da Tiferno, tempera su tavola (a.1504) La tavola presenta due piani. Nella lunetta della parte superiore l'Eterno Padre, contornato da angeli, è rappresentato nell'atto di inviare Interno del Museo (Corridoio)l'Angelo a Maria. Nel grande quadro inferiore l'Angelo inginocchiato porta l'annuncio a Maria, tutta tesa all'ascolto. La scena dell'Annunciazione si svolge in una grande, sontuosa sala, aperta su un ampio paesaggio. La tavola ha una storia complessa: posta all'origine nel Duomo inferiore, fu poi collocata nella Cappella del Crocifisso degli Uberti, finché lesionata per una caduta fu integrata nell'attuale tavola qui custodita. Reliquiario della Croce in legno dorato è del 1541. All'interno ha una serie di 32 scomparti portareliquie, che al centro racchiudono una piccola croce di cristallo di rocca con la reliquia della croce e con lo stemma del donatore. Sulle facce esterne dello sportello sono raffigurati: Sant'Elena, che sostiene con la mano destra la croce e nella sinistra ha un libro; l'imperatore Costantino con la croce in mano.

Ciborio di Aggiglioni in legno dorato con figure di santi. del  sec. XVI.

 

VETRINA SOPPALCO

Conserva importanti testimonianze d'archivio tra cui:

Codice pergamenaceo del sec. XI, restaurato nel 1522 da Giulio Vitelli, contiene la Regola di Sant'Agostino, adottata dai Canonici Regolari della Basilica Cattedrale dei Santi Florido e Amanzio.

Codice del sec. XIV-XV, contiene i Capitoli della Compagnia di Sant'Antonio.

Codice pergamenaceo, molto piccolo, miniato, del sec. XIV contiene Uffici Votivi.

Pergamena dell'Imperatore Federico Barbarossa (1163). L'occupazione di Città di Castello da parte di Federico Barbarossa è testimoniata da due atti emanati il 6 novembre 1163, con i quali "egli pone il Vescovo (Corbello, scismatico) ed i canonici sotto la sua protezione, esenta persone e cose ad essi appartenenti da qualsiasi forma di pubblica gravezza, li reintegra nel possesso dei beni dai predecessori alienati..." (Magherini -Graziani Storia di Città di Castello cit. Iip.69

 Sigillo di piombo di bolla pontificia, da una parte da una parte reca l'immagine di San Pietro e dall'altra il nome del Papa, autore della bolla, Alessandro II (1061-1073).                  

Targa funeraria di Alessandro Vitelli in piombo del 1554.

   

Sala VII

Cristo in Gloria olio su tavola di Giovanni Battista di Jacopo di Gasparre detto Il Rosso Fiorentino (1528 - 1530), ê detta impropriamente “la trasfigurazione di Cristo” nella quale nulla si riscontra dell’evento narrato dagli evangelisti. L’opera ha una sua genesi particolare, stando alle informazioni del Vasari. Mentre il pittore vi stava lavorando, gli cadde addosso un tetto, che guastô il dipinto, ed il pittore fu colto Rosso Fiorentino "Cristo in Gloria"da altissima febbre. Rifugiatosi a Sansepolcro e costretto in forza del contratto ad eseguire il lavoro, come adirato, “figurô - scrive il Vasari - un popolo e un Cristo in aria adorato da quattro figure, e quivi fece mon, Zingan e le pin strane cose del mondo, e dalle figure in poi che di bontà sono perfette, il componimento attende a tutt’altra cosa che all’animo di coloro che gli chiesero tal pittura.” (Le vite de’ più eccellenti architetti; pittori et scultori italiani. Fi 1906 pp.165-166) Non può che sorprendere la spiegazione semplicistica di una celebre opera, data da un cosI autorevole critico ed artista. La tavola nella sua originalità e nella sua moderna aderenza al testo evangelico trova la più vera spiegazione nella personalità dell’artista, orientato ad innovare profondamente I codificati schemi pittorici, nella sua esperienza romana e fiorentina e nell’influsso esercitato su di lui da altri artisti, quali il Pomarancio e lo stesso Raffaello.  Il giudizio del Vasari non è convincente, perché non coglie “tutta La profondità e tutto il calore d’una composizione inattesa, lungamente meditata”. La committente Compagnia del Corpus Domlni, nel contratto aveva impegnato l’artista a dipingere “ un Christo resuscitato e glorioso con la figura della Nostra Donna, con la figura de Sancta Anna, con Ia figura de Sancta Maria Maddalena, con Ia figura de Santa Maria Amptiana (Egiziana); e da basso, in dicta tavola, pin e diverse figure che dinotino, rappresentino il popolo” (Contratto per Ia tavola del Corpus Domini di Città. di Castello. Archivio di Stato di Firenze Archivio Corporazioni Religiose). Solamente per la parte superiore della tavola vennero specificati nel contratto i dettagli, che dall’artista sono stati puntualmente rispettati (Maria Santissima e Sant’Anna alla destra del Cristo e le convertite Maddalena e Maria Egiziana alla sua sinistra); per la parte bassa del dipinto fu richiesta una rappresentazione del popolo (“più e diverse figure che   rappresentino el populo”). E questa richiesta è stata soddisfatta certamente, anche se in forma cosi originale da far definire Ia tavola opera di “irresistibile modernità” . L’originalità e la modernità della rappresentazione del popolo si coniugano felicemente con La piena aderenza al testo evangelico: Il Cristo che ha fatto partecipi della sua gloria i santi, promette Ia medesima gloria a quanti sono dimenticati, ai poveri, e a coloro - osserva acutamente A. Parronchi - hai quali ha rivolto di preferenza il suo messaggio.” (Metodo e scienza: operatività e ricerca nel restauro Firenze 1982 pp. 96-99) Nella parte inferiore del dipinto sono infatti raffigurati un negro, una donna che tiene per mano un bambino (di cui si rileva lo studio anatomico), un soldato uno zingaro baffuto, appena visibile dietro La rocca della donna che tiene il bambino, una venditrice di polli, una figura femminile, di schiena con un bimbo in braccio, una figura di prelato e, infine  un giovane, di profilo, che chiude Ia scena. I critici hanno rilevato l’influenza di Raffaello, specialmente nella donna con la rocca in mano e nelle figure ai latI di Cristo. La forma ottagonale della tavola Si deve ad un rozzo, arbitrario taglio, fatto nel 1685 ad insaputa dei canonici, che intentarono un azione giudiziaria contro gli autori. La tavola del Rosso, è stata sottoposta ad un capitale intervento di restauro, terminato nel 1982, nei Laboratori della Fortezza da Basso dell’Opificio due Pietre Dure di Firenze. Nel 1983 fu posta nella Cappella del Santissimo Sacramento detta il “cappellone” nella Basilica Cattedrale di Città di Castello dove era stata collocata fin dal 1685. Madonna col Bambino e San Giovannino tempera su tavola della seconda metà del Quattrocento (Circa 1486), opera di Bernardino di Betto detto il Plnturicchio  (Perugia 1454 - Siena 1513). La piccola tavola affida ad un linguaggio stilistico composto e severo La narrazione del Cristianesimo nel suo inizio storico e nella  densità teologica del suo signifIcato. Delle tre figure, luminose su ampio sfondo, centrale ê il piccolo Gesù: in piedi sulle ginocchia di Maria, la madre e la mediatrice, che gli sorregge Ia mano benedicente, è indicato come il Messia da San Giovanni Battista, che sostiene La scritta “Ecce Agnus Dei”, predetto dalle Sacre Scritture, il cui libro Giovanni stringe al petto. Veduta di Piazza Gabriotti e ingresso Museo del DuomoMadonna in Trono tempera su tavola raffigurante la Madonna in trono con Bambino, entro una cornice rinascimentale. Al lati San Giovanni Battista e San Gerolamo (vestito dell’abito rosso cardinalizio e con ai piedi La testa del leone), e in ginocchio probabilmente il beato Giovanni Colombini da Siena, fondatore nel 1365 del convento dei Gesuiti a Città di castello. Sulla predella, suddivisa in tre riquadri, sono raffigurati, da sinistra: San Gerolamo che toglie la spina al leone, una Natività e San Gerolamo penitente dinanzi al Crocifisso. La tavola è datata 1492 e firmata da un Giovanni Battista da Città di Castello. L’opera è di proprietà del Seminario vescovile ai quale passô la Chiesa di San Gerolamo nel 1653, quando fu soppresso l’ordine dei Gesuiti. Angelo, due tavole realizzate ad olio, attribuite a Giulio Romano (Roma 1492 (99) - (Mantova 1546). Mostrano le seguenti scritte: “Ecco il promesso re delle genti”. “Ascoltatelo dunque e adoratelo”. In origine dovevano far parte della decorazione di un altare andato disperso. La forma originaria delle tavole risulta ritagliata forse per rettificare i margini curvilinei delle tavolette rovinate. La composizione delle figure rispecchia La loro appartenenza a scomparti curvilinei, forse di una cimasa di un altare inserito dentro una cappella a volta. crocifisso arte lignea toscana seconda metà del sec. XV.

SALA VIII IX

Sono esposte tra l’altro vetrine che conservano paramenti sacri (pianete, piviali, stole, manipoli ecc.) esposti a rotazione dal sec. XVII al XIX. Inoltre segnaliamo: San Bonaventura leggente olio su tela di ignoto del Seicento. 11 recente restauro (1990) ha riportato Ia tela, in parte alterata da maldestri interventi, alla sua dimensione originaria. Innalzamento della Croce olio su tela di Bernardino Gagliardi (1609 -? ) Sec. XVII Vergine e i suoi familiari di autore ignoto olio su tavola copia da Pietro Vannucci detto il Perugino Sec. XVIII. Ruth e Booz olio su tela di pittore ignoto della seconda metà del sec. XVII La Samaritana al pozzo olio, su tela di pittore ignoto della seconda metà del sec. XVII. 

CORRIDOIO

Sono esposti tra l’altro:Bozzetti raffiguranti il Trionfo della Fede e Storie di Santi locali olio su tela realizzati dal pittore romano Ermenegildo Costantini (1731 — 179 1)nel 1787 per la decorazione della volta del transetto della Basilica Cattedrale del Santi Florido e Amanzio.Bozzetti olio su tela, raffigurano i quattro Evangelisti con i loro rispettivi simboli iconografici, San Matteo, San Marco, San Luca e San Giovanni. Realizzati da Ludovico Mazzanti (1686 — 1775) nel 1751, che successivamente li affrescô sui peducci della cupola della Basilica Cattedrale di Città di Castello. Riposo in Egitto olio su tela, realizzato da Tommaso Conca (1734 — 1822) “anche per concordanze stilistiche ed iconografiche col dipinto per l’Accademia di San Luca” Il dipinto è uno dei lavori fatti a Città di Castello, dopo quelli del Duomo (1795-97).